Gli ambienti del cammino sono tre, i paesi, le campagne e la montagna della Duchessa.

Molta parte del percorso si srotola in campagna, lungo sterrate e carrarecce di facili pendenze. I campi sono accuratamente recintati, dentro però a occhio non c’è niente, campi di sassi, o di fiori selvatici. A me che sono ignorante sembra che non servano a nulla. Una larga fetta è piena di meli inselvatichiti, in questa stagione migliaia di mele grandi come palline da pingpong tappezzano il terreno. Sono aspre, allappano, l’orso marsicano, a quanto ci dicono, ne va ghiotto. La campagna è alternata a boschetti, spesso si cammina all’ombra, un’altra delizia. Le roverelle la fan da padrone, non vi inganni il nome leggiadro, sono querce possenti, alcune centenarie, enormi. L’impressione è di percorrere tracciati medievali e comunque sotto a quelle fronde son passati i briganti, quelli del 1860. Non vediamo pecore, solo qualche mucca e tanti cavalli, che portano campanacci come le colleghe. E i cavalli, come gli umani, non lavorano. O almeno, così sembra. Non portano in giro i turisti, non si allenano per le gare, che fanno tutto il giorno, i cavalli, da queste parti?

I paesi sono in cima a qualche poggio, le tappe si accontentano di facili saliscendi ma gli arrivi sono in salita, e che salita. Si entra tra le case e si sale ancora, tra gli intrichi di vicoli e scale, bellissimi e faticosi. Mi sembra di vedere la popolana del quattrocento, il prevosto del seicento e il cafone dell’ottocento. I possidenti delle case più eleganti hanno un buco che mira la soglia, se i ribelli si presentano e bussano, ci infilano lo schioppo e gli sparano senza neanche aprire la finestra. I paesi sono belli, bellissimi. Sono luoghi curati, coi gerani ai balconi che nemmeno in Alto Adige. Entrando con calma, come chi viaggia a piedi può fare, dappertutto si scoprono portali scolpiti, un’altra delizia per gli occhi, persino il portone della stalla ha il suo. Alla piega della via emerge una torre, una chiesa medievale con gli affreschi e i capitelli ornati, all’incrocio spunta un palazzetto decorato. In cima, l’ho detto che i paesi son tutti in salita? a volte c’è un castello. Siamo pieni di bellezza in tutto lo stivale e qui se ne trova ad ogni angolo.

La montagna in Abruzzo è Maiella, Gran Sasso. E invece, non solo. È anche Sirente e Velino, maestoso e severo. E la boscosa Duchessa. Il sentiero sale deciso, a tornanti bui dentro una forra profonda e fitta di faggi, per poi aprirsi su grandi pascoli, verdi e organizzati con i muretti a secco. La riserva naturale è, di nuovo, curata e pulita, vista così sembra ben protetta. Eppure è al centro di dispute e scontri. Il lago della Duchessa, un bacino alimentato da neve e piogge, si sta prosciugando e non si può, o non si vuole, a seconda delle versioni, intervenire per preservarlo. I pesci, i tritoni e le salamandre che lo abitano dal tempo dei briganti stanno morendo. Cavalli e mucche, liberi di pascolare come gli pare, vanno a farsi il pediluvio nell’acqua turchina e la impestano di liquami, e non si può, o non si vuole, impedirglielo. E insomma, è una montagna politica, economica, conflittuale. Sebbene per noi che ci passiamo sia solo una meraviglia di colori, vette, alberi, distese e sentiero.

I tre ambienti scivolano uno dentro l’altro, scorrono sotto ai nostri occhi e ai nostri piedi di camminatori. Sembrano pienamente integrati, in armonia. Ma forse no. Forse trovare una sintesi di convivenza non è semplice, il problema anche qui è trovare il modo di far stare insieme conservazione e cambiamento, trovare un equilibrio fra quello che c’è da sempre e il nuovo.