La domanda “perché…?” è molto bella. Utile, versatile. La impariamo da piccoli non la molliamo più. È la domanda per setaccio capire, conoscere e discernere. È la domanda lente di ingrandimento necessaria per il ragionamento, la domanda paletta per scavare e scoprire. È la chiave che apre l’interpretazione e il dubbio. Insieme alle sue domande cugine come mai, cosa è successo, come si spiega, è una domanda ago e filo per fare cuciture.
Solo che essendo così efficace, a volte la inflazioniamo, diventa la domanda prezzemolo, quando non sappiamo come fare ci chiediamo “perché…?”. La domanda a vite senza fine, in cui ci perdiamo senza trovare l’uscita. Pensaci. Ogni tanto ti serve una pista diversa. La domanda “e ora che si fa…?” “Cosa mi invento adesso? E le sue domande cugine: come ne vengo fuori, chi può darmi una mano, cosa ho già tentato e val la pena di ritentare, queste semplici domande operative a volte ci sfuggono. Sono domande molla, sprigionano energia, domande fiammifero, che accendono la creatività, domande seme, che fanno germogliare soluzioni.
Se poi la domanda “perché…?” la facciamo a qualcun altro, occhio: è davvero una domanda, per sapere, o è una domanda retorica, per criticare, rimproverare, far sentire in colpa e via andare. Se è retorica, a che serve? (appunto).
Cambiare domanda equivale a uscire dall’abitudine e spostare il punto di vista.
Di questa e di alcune altre risorse importanti parleremo, e soprattutto sperimenteremo, al nuovo workshop GROW, il prossimo ottobre, in Val di Fassa.
0 commenti