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Dic 17, 2023 | Business Trail | 0 commenti

Due persone, a distanza di poche settimane, sono state ‘lasciate a casa’ dalle loro aziende. Due persone che conosco bene, dirigenti colonne portanti per alcuni decenni delle loro organizzazioni. Nessuno dei due, chiariamolo subito, per reati o scorrettezze.

Ok, fa parte del gioco. Anche se non ci si pensa, o non ci si vuole pensare. E probabilmente c’erano avvisaglie, indicatori. Anche se quando avviene sembra molto improvviso. Prego, quella è l’uscita, prendi le tue cose e vai, ora.

Allora pensandoci e ripensandoci, ho deciso di mettere insieme tre spunti, sai mai che possano interessare a qualcuno. Niente di fantasmagorico, ma forse utile. Per chi lascia a casa, per chi è lasciato e per chi resta.

Già, sono tre le parti in causa, mi pare. Per tutti è un brutto momento, una specie di trauma, anche se in modi e con intensità diverse. E saper gestire i brutti momenti è una capacità importante, tanto quelli capitano, i momenti difficili e traumatici, dico, indipendentemente dalla nostra volontà.

 

Per chi lascia a casa

Siccome spesso sono in contatto con chi prende questa decisione, so che in molti casi è dolorosa. Chi si prende la responsabilità di lasciare a casa una figura storica, e soprattutto chi va a dirglielo, lo vive con sofferenza, almeno un po’. Credo che sia importante agire con stile. Avere uno stile pulito ed elegante in queste transazioni aiuta sia chi deve lasciare sia chi viene lasciato. Elegante… intendo non brutale nè pietoso o compassionevole. Intendo semplice e diretto e che tiene conto delle emozioni in gioco. Un modo per trovare lo stile giusto potrebbe essere: se fossi io dall’altra parte, cosa vorrei/non vorrei che mi venisse detto? Come preferirei che fosse gestita la mia uscita? E insomma, pur nelle differenze individuali una linea di condotta possiamo trovarla. E alleggerire un minimo la sofferenza.

Per chi è lasciato

Dopo l’inevitabile shock. Dopo la paura, la rabbia, dopo le ondate iniziali della burrasca permettiti di provare sollievo. Questo mi sento di dire a chi è uscito. Sollievo perchè le cose non andavano, nonostante tu potessi proseguire, ok, stavi resistendo, ma non era più davvero un ruolo gratificante e che ti faceva crescere, non del tutto. Oppure, se non è così, se nonostante tutto ti piaceva un sacco lavorare lì e stavi bene, allora davvero non era il caso di rimanere dove non ti volevano o non ti apprezzavano. Penso che queste direttrici di pensiero non siano autoconsolatorie, sono riflessioni che prima o poi occorre fare per non rimanere impigliati nel senso di colpa, o nel senso di ingiustizia. E poi, quando subiamo un cambiamento che non volevamo, non in quel modo, non in quel momento, vediamo il futuro molto fosco, o nero. Ma non è detto, il futuro non lo conosciamo e ora è il momento di andarlo a cercare. Può darsi che sarà nero, o grigio, ma potrebbe anche essere roseo, o dorato, chissà, è tutto da vedere, tutto da costruire..

Per chi resta

Anche chi resta soffre, o comunque non sta al meglio. Indirettamente vive il trauma, il senso di precarietà che lasciano le decisioni inaspettate o rapide. Si può essere più o meno d’accordo con l’uscita, ma si teme che qualcosa del genere possa capitare ad altri, a noi stessi. Sono quei momenti dove non si sa da che parte stare, o se è il caso di farlo sapere, da che parte si sta. Dove star da una parte crea solchi, separazioni dall’azienda, dalla direzione, dai colleghi. Chi resta è parte in causa, sebbene di solito non considerata. A voi mi sento di dire datevi tempo. Ci vuole un po’ per assorbire, assestarsi. Ma un equilibrio, personale e di team, si ritrova. Non necessariamente al meglio, ma comunque sufficiente per decidere, reagire se serve e trovare una via.

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